Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/177

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ottava 155

Unica avea in duo cor posta radice
     216La tua fiamma, e partendo ad essi eguale
     Speme e piacer era d’entrambo ultrice.
Fin gli stessi pensier, benché dal frale
     219Velo nascosi, per secreta forza
     A pari meta dispiegavan l’ale.
Reggeami l’Alma, e la caduca scorza
     222Lo Sposo mio col giogo tuo, che molce
     I duri affanni, e a rallentar gli sforza:
Dolce a lui era impor quella, che folce
     225L’alterno pio dover, legge soave;
     Ed a me l’ubbidirla era più dolce:
Così fra i varj moti, onde il cor ave
     228Gaudio, pena e timor, traemmo vita,
     Di cui altri non mai trasse men grave.
Ma giunse alfin per me l’ora compita
     231Del terren corso, contro cui nè lutto,
     Né prece, né sospir mai porse aita.
Me nel mio grembo a illanguidir ridutto
     234La Prole uccise, e quel che d’amor era
     Pegno, divenne di mia morte il frutto.
Allor, poiché vid’io fra così fiera
     237Lutta l’opre del mio Sposo, e i pensieri
     Tranquilli presso alla fatal mia sera,
Oimé! gridai, che Amor t’asconde i veri
     240Segni, che pur su l’egra fronte io schiudo;
     Oimé! che Amor t’inganna, e invan tu speri.
Ma quando lascerà lo spirto ignudo
     243Gelida la mia spoglia, ah! quanto fia
     Non aspettato il tuo dolor più crudo.
Fra tai voci la man, ch’egli m’offrìa,
     246Strinsi e baciai; e in sì pietoso nodo
     Uscì dal carcer suo l’Anima mia.