Pagina:Algarotti - Il Newtonianismo per le dame, 1737.djvu/66

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
54 Dialogo Secondo.

in queft’ofcuro laberinto. Io non veggo come tutti quelli moti abbiati che fare con un colore, che io concepisco; che è una cofa, mi pare, di quelli moti affatto diverfa. Concepite voi meglio, le rifpos* io, com’abbia a fare l’idea del dolore colla diftrazion delle fibre della voltra mano, o l’idea della fperanza con un certo moto, che è ne* mufcoli di un occhio? E pure voi vedete in fatti, che quelte cofe fono infieme legate, e che l’una è cagione, o almeno occafion dell’altra. Voi domandate più, che non vi fi può dare. Le più importanti cole all’umano fa pere, fono per i/ventura noilra le più dubbie. Chi vi potrà dire come gli oggetti cagionino certe idee nell’anima, ella all’incontro certi moti nel corpo, come inette fa ella fi trovi per tutto, invifibil vegga, e intoccabil tocchi ogni cola? 1 Filofofi vi faranno facilmenre, e colla maggior’eleganza del Mondo parlare il moto de’ globetti della luce, o qualunque altro moto ai nervi, e daquelli o per via d’un fluido, che feoira per le cavità di e fli, o per via d’un tremore, che in efiì lì ecciti fino al cervello, a cui vanno tutti a terminarfi, e, fe vorrete ancora, ve lo faranno parlare per fino a certe parti di elfo, in cui anno immaginato effe re la refìdenza dell’anima, che fente, Ma lo fpiegarvi poi come giunti al cervello, o alla refìdenza dell’anima producano in e (la quella, o quell’altra idea, egli fi è affatto un misero. Quello pa (faggio che in apparenza par lì picciolo, si è per li Filofosi, ciò ch’era per gli Antichi, l’Oceano innavigabile. Qual comunicazione,