Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/224

Da Wikisource.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca
218 la divina commedia

     «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
la famiglia del cielo» a me rispose:
30«messo è che viene ad invitar ch’uom saglia.
     Tosto sará ch’a veder queste cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
33quanto natura a sentir ti dispose».
     Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
con lieta voce disse: «Intrate quinci»,
36ad un scaleo vie men che li altri eretto.
     Noi montavam, giá partiti di linci,
e ‛ Beati misericordes! ’ fue
39cantato retro, e ‛ Godi tu che vinci! ’
     Lo mio maestro e io soli amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
42prode acquistar ne le parole sue;
     e dirizzaimi a lui sí dimandando:
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
45e ‛ divieto ’ e ‛ consorte ’ menzionando?»
     Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
conosce il danno; e però non s’ammiri
48se ne riprende perché men si piagna.
     Perché s’appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
51invidia move il mantaco a’ sospiri;
     ma se l’amor de la spera suprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
54non vi sarebbe al petto quella tema;
     ché, per quanti si dice piú lí ‛ nostro ’,
tanto possiede piú di ben ciascuno,
57e piú di cantate arde in quel chiostro».
     «Io son d’esser contento piú digiuno,»
diss’io «che se mi fosse pria taciuto,
60e piú di dubbio ne la mente aduno.
     Com’esser puote ch’un ben distributo
in piú posseditor faccia piú ricchi
63di sé, che se da pochi è posseduto?»