Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/255

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purgatorio - canto xxi 249

     E per esser vivuto di lá quando
visse Virgilio, assentirei un sole
102piú che non deggio al mio uscir di bando».
     Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ‛ Taci ’:
105ma non può tutto la virtú che vuole;
     ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
108che men seguon voler ne’ piú veraci.
     Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
111ne li occhi, ove ’l sembiante piú si ficca;
     e «Se tanto labore in bene assommi,»
disse «perché la tua faccia testeso
114un lampeggiar di riso dimostrommi?»
     Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
117ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso
     dal mio maestro, e «Non aver paura»
mi dice «di parlar; ma parla e digli
120quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
     Ond’io: «Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
123ma piú d’ammirazion vo’ che ti pigli.
     Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
126forza a cantar de li uomini e de’ dei.
     Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
129quelle parole che di lui dicesti».
     Giá s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma ei li disse: «Frate,
132non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
     Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
135quand’io dismento nostra vanitate,
     trattando l’ombre come cosa salda».