Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/418

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
412 la divina commedia

     e la maggiore e la piú luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
30per far di sé la mia voglia contenta.
     Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi,
com’io, la caritá che tra noi arde,
33li tuoi concetti sarebbero espressi;
     ma perché tu, aspettando, non tarde
a l’alto fine, io ti farò risposta
36pur al pensier da che sí ti riguarde.
     Quel monte a cui Cassino è ne la costa,
fu frequentato giá in su la cima
39da la gente ingannata e mal disposta;
     e quel son io che su vi portai prima
lo nome di colui che ’n terra addusse
42la veritá che tanto ci sublima;
     e tanta grazia sopra me relusse,
ch’io ritrassi le ville circunstanti
45da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
     Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini furo, accesi di quel caldo
48che fa nascere i fiori e’ frutti santi.
     Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei, che dentro ai chiostri
51fermar li piedi e tennero il cor saldo».
     E io a lui: «L’affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
54ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
     cosí m’ha dilatata mia fidanza,
come ’l sol fa la rosa, quando aperta
57tanto divien quant’ell’ha di possanza:
     però ti prego, e tu, padre, m’accerta
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
60ti veggia con imagine scoverta».
     Ond’elli: «Frate, il tuo alto disio
s’adempierá in su l’ultima spera,
63ove s’adempion tutti li altri e ’l mio: