Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/420

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414 la divina commedia

     La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
102sí sua virtú la mia natura vinse;
     né mai qua giú, dove si monta e cala
naturalmente, fu sí ratto moto,
105ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
     S’io torni mai, lettore, a quel divoto
triunfo per lo quale io piango spesso
108le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
     tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant’io vidi ’l segno
111che segue il Tauro e fui dentro da esso.
     O gloriose stelle, o lume pregno
di gran virtú, dal quale io riconosco
114tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
     con voi nasceva e s’ascondeva vosco
quegli ch’è padre d’ogni mortal vita,
117quand’io senti’ di prima l’aere tosco;
     e poi, quando mi fu grazia largita
d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
120la vostra region mi fu sortita.
     A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute
123al passo forte che a sé la tira.
     «Tu se’ si presso a l’ultima salute,»
cominciò Beatrice «che tu déi
126aver le luci tue chiare e acute;
     e però, prima che tu piú t’inlei,
rimira in giú, e vedi quanto mondo
129sotto li piedi giá esser ti fei;
     sí che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
s’appresenti a la turba triunfante
132che lieta vien per questo ètera tondo».
     Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
135tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;