Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/101

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il forte di fenestrelle 87

ci passarono accanto dei soldati che portavan dei sacchi e dei cesti, e li seguitammo fin che sparvero in alto, con uno sguardo pieno d’invidia per la loro leggerezza ventenne. Poi tutto ricadeva nel silenzio, e alle scale succedevano le scale vuote, mute, tetre, interminate. Il sergente, per alleggerirci il supplizio, ci raccontava la storia d’un asino maraviglioso, morto da poco, cieco, poveretto, il quale faceva più volte al giorno quella salita, portando provvigioni ai forti alti, di dove ridiscendeva per quelle medesime scale, sempre solo, senza romper nulla, e senza sbagliar mai il cammino. Il racconto era commovente; ma noi invidiavamo troppo quell’asino. E continuavamo a salire, ansanti e sgocciolanti, raffigurandoci lo spettacolo di quella strada segreta nei momenti d’una difesa suprema, colorata di fuoco dalle torce a vento, fracassata dalle bombe, scossa dagli scoppi dei magazzini, intronata dagli urli delle mischie, e corsa da rigagnoli caldi di sangue, cadenti giù nelle tenebre, di scalino in scalino, a intepidir le guance dei moribondi.... Ma anche l’immaginazione sfiatava. Per riposarci qualche momento, senza sfigurare in faccia al sergente, ci soffermavamo come per ammirare la valle. Che bellezza! O meglio, quante bellezze! Avevamo una grande passione per il paesaggio. Ma un suo sorriso rapidissimo ci mise un amaro sospetto, che ci impedì anche quei brevi riposi. — Signori! esclamò il sergente a un certo punto, non ce n’è più che ottocento! — Poh! rispose il Giacosa, è una miseria. — È niente per noi, soggiunsi, con un