Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/119

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emanuele filiberto a pinerolo 105

dallo studio del notaro, attraversava il pianerottolo per salutare la signora e la signorina; con le quali anche s’intratteneva sovente. La signora, già tutta grigia, sempre malata, non apriva bocca che di rado, con un sorriso triste, un poco vergognata di non saper parlare l’italiano, che il Benavides parlava assai bene, benchè “prononziando„ dice il manoscritto “al modo delli spagnioli.„ La signorina, invece, interrogava continuamente, e l’oggetto delle sue interrogazioni era sempre il medesimo.

Come ogni piemontese d’allora, al quale non mancasse affatto il senso dell’alterezza e dell’amor di patria, essa aveva un’affettuosa, profonda, appassionata ammirazione per Emanuele Filiberto. Nata sotto la dominazione straniera, della quale aveva potuto vedere fin dall’infanzia gli effetti miserevoli; educata da suo padre, un po’ corto ma generoso d’animo, alla pietà e all’amore del suo paese oppresso, smembrato, impoverito da spagnuoli, da svizzeri e da francesi; facile per gentilezza innata ai grandi entusiasmi, aveva cominciato a venerare il duca di Savoia all’età di dieci anni, quando aveva visto la sua città fremere di gioia all’annunzio sfolgorante della vittoria di San Quintino; e la sua venerazione giovanile per quel principe glorioso che dai confini di Picardia faceva balenare come una speranza la sua spada vincitrice alla patria lontana, le era venuta crescendo nel cuore, coll’ingigantire di quella gloria, fin che oramai essa viveva tutta di quell’affetto, e della fede di veder entrare un giorno nella sua città rifatta libera e piemontese il “grande„ duca