Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/134

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
120 alle porte d’italia

ragazza; ma darei tutto il mio sangue per sentir sonare a Pinerolo le trombe delle nostre milizie, e veder inalberare sul castello la nostra bella bandiera, che non ho mai veduta... vederla una sola volta! un momento solo! Dio buono! — E stette un momento con le mani giunte, guardando verso la piazza, con gli occhi umidi, in un atteggiamento da strappare i baci. Il Benavides tardò un minuto a rispondere. Poi con un accento benevolo, come d’un fratello: — Tutto vi sarà reso, señorita, — rispose. La señorita poteva andar sicura che i negoziati per la liberazione di Pinerolo erano in buone mani. Ella doveva sapere che Emanuele Filiberto chiamava Pinerolo e Savigliano: le chiavi della mia casa, e le aveva in cima d’ogni suo pensiero. La restituzione non poteva tardare. Carlo IX, malato, lacerato dai rimorsi, sputava sangue da molto tempo, sarebbe morto fra pochi mesi; e il suo successore, il re di Polonia, avrebbe trovata la Francia in un tale stato, avrebbe veduto così chiaramente l’impossibilità di tentare nulla di utile per molti anni di qua dalle Alpi, che per levarsi l’inquietudine e la spesa dell’occupazione, e amicarsi il Duca di Savoia, gli avrebbe rese le due città spontaneamente. — Caterina dei Medici — concluse — sarà la prima a consigliarglielo, per levare l’armi di mano ai propri nemici. E allora, signorina, ella sentirà sonare in piazza San Donato le trombe delle milizie ducali... senza bisogno di dare su preciosa sangre. Il cuore mi dice che ciò accadrà assai prima che ella non creda. Io non sarò più qui; ma ne godrò con tutta l’anima anche da lontano. —