Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/203

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la ginevra italiana 189

che volevano in sè stessi rispettata. Ma sarebbe assurdo il fondarsi su questi argomenti per dire che la colpa delle immani barbarie commesse non deve cader tutta su quella inesorabile fazione papista, la quale non volle uscir mai dal dilemma della conversione o dello sterminio, e su quei generali senza dignità e senza cuore, che cercaron la gloria nelle carneficine per la rabbia di non poterla conseguire nelle vittorie. Questi hanno segnato d’infamia e rammentano con orrore i Valdesi.... Ma neppure contro questi si scagliano con quella eloquenza d’indignazione che pare dovrebbe essere irresistibile in loro: li giudicano invece e li condannano con un linguaggio severo e tranquillo di magistrati, con una specie di compostezza d’animo, che deriva pure in gran parte dalla loro indole forte, ma fredda, la quale si rivela massimamente in una mancanza d’impeto e di colore nelle loro scritture. È però facile riconoscere, anche sotto quel riserbo dignitoso, un sentimento profondo e vivo di alterezza, o come ora si dice, d’orgoglio nazionale; poichè nazione si possono chiamare veramente, sotto certi rispetti. Considerano sè medesimi come cristiani primitivi sopravvissuti nel nuovo mondo, e la propria religione come l’essenza stessa del cristianesimo; sono alteri di rappresentare il solo principio di protesta religiosa che abbia attraversato vittoriosamente i terrori del medio evo, di essere stati quasi i padri spirituali della riforma, oggetto per secoli d’ammirazione e di affetto in ogni angolo della terra dove battesse un cuore protestante; alteri delle loro sventure