Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/256

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
242 le termopili valdesi

più impetuosamente dall’alto delle loro montagne a soccorrere i fratelli. Calavano nella valle di San Martino, piombavano nel vallone di San Germano a rintuzzare i monaci dell’Abbadia di Pinerolo, si lanciavano nel vallone di San Bartolomeo a battere i signori di Roccapiatta, correvano a liberare Taillaret, volavano in aiuto delle popolazioni assediate di Bobbio, di Rorà, del Villar, irrompevano nella pianura, a vendicar gl’incendi con gl’incendi, e i macelli coi macelli, fino a San Secondo, a Miradolo, a Osasco, a Cavour.... Ma n’andava assai più lontano il terrore; n’andò qualche volta fino a Torino, fin nelle sale dorate dei castelli di Rivoli e di Moncalieri, fin dentro al cuore dei duchi di Savoia, i quali affacciandosi di notte alle finestre, torcevan lo sguardo da quelle grandi montagne nere, come da una immagine di malaugurio e di rimorso.



Il Bonnet ci presentò il maestro, un giovanotto florido e allegro, il quale abita una cameretta nell’edifizio del tempio; dov’è anche la scuola, e una stanzina per il pastore. Quel bravo giovane, oltre alle molte e rare qualità dell’ottimo insegnante, possiede quella non disprezzabile di fare le frittate gialle come pochi, ma assai pochi cattolici le sanno fare. Ci sedemmo intorno alla frittata nella stanzina del pastore: una specie di cella monacale, nuda e bianca, con un tavolo e quattro seggiole, pulita come se ci