Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/263

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

le termopili valdesi 249

lasciarsi sfuggire dalla bocca le più orrende bestemmie che sian mai risonate sotto la vòlta del cielo!

Ma come scacciarla? Quell’idea m’accompagnò per tutta la strada, molto tempo dopo che il caro signor Bonnet ci aveva lasciati, e mi tenne inchiodata la bocca; e anche i miei compagni tacevano, per la stessa cagione. C’era un solo pensiero che potesse rifarmi l’animo, e mi ci attaccai fortemente; il pensiero di quello che era avvenuto cento novantatrè anni dopo, il giorno 28 di febbraio del 1848, quando la deputazione dei Valdesi, andata a Torino per festeggiare quello Statuto che li rendeva liberi per sempre, moveva da porta Nuova per far la sua entrata solenne nella città. Eran più centinaia di persone; portavano uno stendardo di velluto con una iscrizione in argento: A Carlo Alberto i Valdesi riconoscenti; li precedeva un drappello di ragazze valdesi, vestite di bianco, ciascuna con una bandiera. Già, per tutto il viaggio dalle valli a Pinerolo, e di qui a Torino, erano stati accompagnati con le fiaccole e con le musiche, festeggiati come fratelli che ritornassero da un lungo esilio immeritato. Ma l’accoglienza che ebbero entrando in Torino fu ben altra cosa. Il popolo li acclamò con indicibile affetto, le signore sventolavano i fazzoletti, da ogni parte piovevan fiori, i torinesi rompevan la processione per abbracciare i vecchi e accarezzare i giovanetti; perfino dei preti si slanciavano in mezzo a loro e gettavan le braccia al collo ai primi venuti; molti di essi piangevano. Carlo Alberto volle che sfilassero per i primi