Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/271

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la marchesa di spigno 257

della carrozza. Bellissima no; ma simpatica, bizzarra, salata, come dicon gli spagnuoli, un misto curioso di tipo francese e di tipo italiano, una fisonomia che rivela un sangue bollente e una volontà risoluta, e la consapevolezza della propria potenza; uno sguardo che fa aspettare un parlare stringato e concitato, tutto frasine scintillanti e scherzi acuti, e parole che infochino l’anima, all’occasione. Una di quelle figure che vedeva sognando Enrico Heine, quando sonava certi pezzi il Paganini, adagiate sopra un canapè in una stanza decorata alla Pompadour, con molti piccoli specchi e piccoli amori, in mezzo a un grazioso disordine di porcellane chinesi, di ghirlande di fiori, di trine lacerate, di guanti bianchi e di perle. Ha una foggia strana di pettinatura, rotonda e altissima, a trecce ravvolte, della forma d’un turbante enorme; dal quale vien giù un velo trasparente che le dà l’aria d’una musulmana; un vestito di broccato azzurro ricamato a fiori d’argento, e un manto di velluto vermiglio ornato d’ermellino, del quale stringe un lembo con la mano sottile. Ha l’aspetto d’una grande signora; ma d’una signora salita più alto dei suoi natali, e che abbia la coscienza di star degnamente dov’è salita; e si capisce ch’è salita per l’amore. Si capisce come Vittorio Amedeo potesse credere ch’ella sarebbe bastata a riempirgli la vita nella solitudine di Chambéry. Si prova un rammarico di non averla vista viva. E si vorrebbe dire molte cose alla sua immagine, come si sarebbero dette a lei vivente; e non parole timide e ossequiose, ma brillanti, ardite, argute, per farla ridere, per

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 17