Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/29

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pinerolo sotto luigi xiv 15

Egli tira ai dominii di Ginevra, del Vaud, di Friburgo, di Losanna, limosina dei pezzi di terra a tutte le Corti di Europa, manda dei reggimenti a lasciar le ossa per il Re nelle Fiandre, attacca lite con Genova per far quella bella figura che sappiamo, s’intesta di bucare il colle di Tenda; e non pensa a liberar Pinerolo, che è il morso col quale la Francia terrà sempre Casa Savoia in sua balìa. Facesse almeno dei bei versi come suo nonno! Oramai noi non speriamo più che in una specie di diluvio universale, in una vastissima e terribile guerra che metta sottosopra l’Europa, sconquassando questa mostruosa baracca dorata della Monarchia francese. Comunque debba finir la cosa, peraltro, possiamo esser certi che le prime batoste, ossia le bombe, le mine, le devastazioni e la fame, saranno per noi. È stato sempre il nostro destino. Abbiamo l’onore di esser la chiave della valle del Chisone, una delle porte d’Italia; e tu vedi dove ce l’han confitta, questa chiave. Povera Pinerolo! Dalla seconda guerra punica in poi, chi abitò da queste parti non ebbe mai dieci anni di santa pace. Romani e Cartaginesi, Galli e Saraceni, Goti e Ostrogoti, Longobardi e Svizzeri, Tedeschi, Spagnuoli, Francesi e Valdesi e marchesi e anticristi si sono scatenati sui nostri quattro campi e sui nostri quattro sassi come se questo fosse un circo stato fatto apposta da domenedio perchè tutti i popoli della terra vi si venissero a pestar la cappa del cranio. Per tutto dove si scava, vengon fuori stinchi, caschi rotti e dagacce arrugginite. Che spettacolo, perdio, se saltassero su vivi per i campi