Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/367

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i difensori delle alpi 353

cui sorelle e le amanti portano ancora nelle trecce la raggera di lunghi spilli e il busto di broccato a fiori e la gonnella corta di filaticcio di seta. Ah! quelli sì avrebbero fatto la meritata accoglienza ai lanzichenecchi del Conte Rambaldo! Buona e prode Valtellina, che si gloria di non aver lasciato combattere battaglia nazionale, dal quarant’otto al sessantasei, senza farvi correre un rigagnolo del suo nobilissimo sangue. Devota morti pectora liberae, ancora, come contro alle legioni di Claudio Marcello e di Publio Silo. Venivano, e a noi pareva d’attirarli con la forza della simpatia profonda che c’ispiravano. La folla salutò il battaglione con un grido d’allegrezza. Erano bei soldati, d’aspetto montanino; ma singolarmente sereni, e quasi brillanti nel viso, che facevan pensare a cinquecento Renzi vestiti a festa, che andassero a domandare il giorno al curato. L’agronomo, invece, pensò al buon moscadello bianco e grigio dei loro paesi, lamentando la crittogama che aveva rovinato quei preziosi vigneti per dieci anni. — Ah! se fosse vivo Donizetti! — esclamò il Rogelli; — Donizetti che sentiva la montagna, che marce avrebbe composto per il suo battaglione alpino! — V’eran lì dei compaesani di Tommaso Grossi, dei giovani cresciuti fra i giardini deliziosi di Bellagio, dei figli delle tre pievi della riva occidentale, e della pianura infame, e della malaugurosa gola di via Mala, confusi a pescatori di Riva, e lavoratori della bella e selvatica Valassina chiusa nell’abbracciamento amoroso del lago, e a pastori dei monti bergamaschi, avvezzi al fragore della

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 23