Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/46

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32 alle porte d’italia


Il mio buon amico Fi, esattore, gastronomo e antiquario, s’ostinava a cercar la cucina, e voleva a tutti i costi che il canonico gliene dicesse qualche cosa. Egli aveva trovato nel Regesto degli Acaja, edito dal bravo conte Saraceno, che la cucina era attigua al parlatorio, camera parlatorii, del Principe: il che dà un’idea della strana maniera in cui doveva essere scompartito il palazzo. E ci divertiva molto, trattenendoci a tutti gli usci, per darci dei ragguagli culinari ricavati dal latino spaventevole dei conti di tesoreria. Nei loro giri per il Piemonte, ch’eran frequenti, i Principi ricevevan regali da abati, da nobili, ed anche da gente del popolo, e da poveri diavoli: cinquanta staia di avena, un moggio di vino, dodici montoni, un bove, quattro porci: non sdegnavano nulla. Tornavano pure a casa con caponibus pinguibus et grossis, e qualche volta con un cesto di tartufi, triffolarum, dei migliori, probabilmente, di quei bianchi, delle terre di Monferrato. Pare che avessero una predilezione per i pesci, perchè tenevano assai ai molti laghi pescosi, che eran loro proprietà esclusiva; e di questi laghi, e dei regali di pesci che ricevevano, in specie dai marchesi di Saluzzo, è fatto cenno frequentemente nel Regesto. Andavano spesso a desinare fuor di casa, con tutta la famiglia, da prelati e da signori; e qualche volta dai frati minori di San Francesco, pagando loro tutto