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52 alle porte d’italia

— esclamò il maggiore; — degno veramente della partita che vi giocarono! — Ah sì! La partita era terribile. Si trattava di strappar di mano al gran Re la libertà dell’Europa. Ci formicolavano cinque eserciti, su queste belle colline; piemontesi, inglesi, olandesi, tedeschi dell’impero e degli elettorati, valdesi e protestanti di Francia, Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia, uno stuolo di generali d’ogni paese, il fiore della nobiltà francese e savoiarda, trentamila soldati che avevan visto il fuoco di venti battaglie. E con che animo c’eran venuti! I francesi, incrudeliti nelle persecuzioni degli ugonotti e nelle atrocità del Palatinato; i piemontesi, furiosi di vendicare il macello di Cavour e gli orrori d’una guerra devastatrice fatta ad un tempo con la spada e con la forca; gli anglo-olandesi infiammati dall’ira di Guglielmo III; quasi tutti i principi morsi nel cuore dal ricordo di un’offesa personale del re Luigi; e gli uni eccitati dal pensiero che qui era il lato vulnerabile della Francia, il solo punto in cui si potesse assalirla con vantaggio per irrompere nel Delfinato e nella Provenza; gli altri inanimiti dagli eccitamenti del loro Re, che teneva a Pinerolo come al proprio sangue, e che giocava sulle sue mura l’onnipotenza e la gloria della monarchia.... Che meraviglia di spettacolo, per San Giorgio! degno proprio d’aver a spettatrici le montagne da cui scese la vendetta di Annibale e irruppe la furia di Carlomagno.