Pagina:Aminta.djvu/18

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18 P R O L O G O.

La sanguinosa spada, & à Nettuno,
Scotitor de la terra, il gran Tridente,
Et i folgori eterni al sommo Giove,
In questo aspetto certo, e questi panni,
Non riconoscerà si di leggiero
Venere madre me suo figlio Amore.
Io da lei son constretto di fuggire,
E celarmi da lei, perch’ella vuole,
Ch’io di me stesso, e de le mie saette
Faccia à suo senno; e, qual femina, e quale
Vana, & ambitiosa, mi rispinge
Pur trà le corti, e trà corone, e scettri;
E quivi vuol, che impieghi ogni mia prova;
E solo al volgo de’ ministri miei,
Miei minori i fratelli, ella consente
L’albergar trà le selve, & oprar l’armi
Ne’ rozi petti. Io, che non son fanciullo,
Se ben hò volto fanciullesco, & atti,
Voglio dispor di me, come à me piace;
Ch’à me fù, non à lei, concessa in sorte
La face onnipotente, e l’arco d’oro.
Però, spesso celandomi, e fuggendo,
L’imperio nò, che in me non hà, ma i preghi,
C’han forza porti da importuna madre,
Ricovero ne’ boschi, e ne le case
De le genti minute, ella mi segue,
Dar promettendo à chi m’insegna à lei,
O dolci baci, ò cosa altra più cara,
Quasi io di dare in cambio non sia buono
A chi mi tace, ò mi nasconde à lei,
O dolci baci, ò cosa altra più cara.


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