Pagina:Aminta.djvu/39

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Scena Seconda. 39

Un muto ciancerebbe à suo dispetto,
Ma questo è ’l minor mal, che ti potesse
Incontrar: tu potresti indi restarne
Converso in salce, in fera, in acqua, ò in foco,
Acqua di pianto, e foco di sospiri.
Così diss’egli. & io n’andai con questo
Fallace antiveder ne la Cittade;
Et, come volse il Ciel benigno, à caso
Passai per là dov’è ’l felice albergo.
Quindi uscian fuor voci canore, e dolci,
E di Cigni, e di Ninfe, e di Sirene,
Di Sirene celesti, e n’uscian suoni
Soavi, e chiari, e tanto altro diletto,
Ch’attonito godendo, ed ammirando
Mi fermai buona pezza. Era su l’uscio
Quasi per guardia de le cose belle
Huom’ d’aspetto magnanimo, e robusto,
Di cui, per quanto intesi, in dubbio stassi,
S’egli sia miglior DVCE, ò Cavaliero,
Che con fronte benigna insieme, e grave,
Con regal cortesia, invitò dentro,
Ei grande, e ’n pregio, me negletto, e basso,
Oh che sentij? che vidi allhora? I vidi
Celesti Dee, Ninfe leggiadre, e belle,
Nuovi lumi, ed Orfei, ed altre ancora
Senza vel, senza nube, e quale, e quanta
A gl’immortali appar vergine Aurora
Sparger d’argento, e d’or rugiade, e raggi,
E fecondando illuminar d’intorno
Vidi Febo, e le Muse, e frà le Muse


Elpin