Pagina:Aminta.djvu/46

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46 Atto Secondo.

Nel liquido del mar, quando l’altr’hieri
Taceano i venti, ed ei giacea senz’onda.
Questa mia faccia di color sanguigno,
Queste mie spalle larghe, e queste braccia
Torose, e nerborute, e questo petto
Setoso, e queste mie velate coscie
Son di virilità, di robustezza
Indicio; e, se no ’l credi, fanne prova.
Che vuoi tu far di questi tenerelli,
Che di molle lanugine fiorite
Hanno a pena le guancie? e che con arte
Dispongono i capelli in ordinanza?
Femine nel sembiante, e ne le forze
Sono costoro. Hor di’, ch’alcun ti segua
Per le selve, e pei monti, e ’ncontra gli orsi
Et incontra i cinghiai per te combatta.
Non sono io brutto, no, né tu mi sprezzi
Perché sì fatto io sia, ma solamente,
Perché povero sono, ahi, ché le ville
Seguon l’essempio de le gran cittadi;
E veramente il secol d’oro è questo,
Poiché sol vince l’oro, e regna l’oro.
O chiunque tu fosti, che insegnasti
Primo a vender l’amor, sia maledetto
Il tuo cener sepolto, e l’ossa fredde,
E non si trovi mai Pastore, o Ninfa,
Che lor dica passando, Habbiate pace;
Ma le bagni la pioggia, e mova il vento,
E con piè immondo la greggia il calpestri,
E ’l peregrin. Tu prima svergognasti
La nobiltà d’amor: tu le sue liete


Dolcezze