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capitolo xxv. 225

io tel direi!» Rispose Anuello: — Se non è contra la mia fede, non è così gran cosa al mondo ch’io non la tenessi secreta». Detto questo giurò di tenerlo celato. E Guerino cominciò a dire dal principio, che egli era schiavo di Epidonio, e quel che gli era avvenuto nella città di Costantinopoli, e la cagione perchè cercava il mondo, tutto per ordine, e che quella mattina era andato nella città per intendere alcuna cosa della sua fortuna. Per questo l’oste lagrimava con lui venendogli pietà, e disse: — Domanda quel ch’io posso, chè tutto sono apparecchiato a fare». Disse Guerino: — Quello ch’io voglio è che ti voglio lasciare il mio cavallo e le mie armi tanto ch’io torno, e lascierotti tanto oro e argento che tu gli potrai ben fare le spese per due anni, con un famiglio che lo governi in tutte cose necessarie.» L’oste si proferse molto a Guerino, o che lo facesse per pietà, o perchè gli rimanessero l’armi, il cavallo, e i denari, credendosi forse che non tornasse mai più. Disse Guerino. — Io vorrei una guida sino a quelli romiti.» Rispose Anuello: — Altri ch’io non sarà tua guida». Ma egli molto lo pregò che non vi andasse, mostrandogli per molte ragioni, che chi là andava non era amico di Dio. Rispose Guerino: — Io ho speranza di andare a trovare il padre e la mia madre». Disse Anuello: — Io ho sentito dire che chi ci entra e non esce in quel proprio punto che entra, non può più uscire». E poi promisegli d’aspettarlo tre anni. Il Meschino l’accettò per sua guida, ed Anuello promise seguirlo fino al luogo dove si entrava, e lasciando ogni altro pensiero, ordinò di andarvi la mattina. E consegnò quel giorno ad Anuello l’armi ed il cavallo, e certo oro ed argento; ma Anuello ebbe informazione da alcuni di quello che bisognava portare, e comprò molte candele di cera, ed una tasca con tutti gli ordigni d’accender il fuoco.


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