Pagina:Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841.djvu/69

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

capitolo v. 43

far tutto quello che più gli piacesse. Della qual cosa tutti si maravigliarono assai.

La seguente mattina, dopo udita la messa l’imperatore ed il Meschino, si ridussero nella chiesa maggiore duecento de’ più prodi cavalieri della Grecia, a’ quali disse Alessandro che era con loro. «Ora vedrete chi sarà con buon animo!» Ed il Meschino, fatto loro duca, così prese a dire a lor signori:

«O nobilissimi signori e principi, non per mia bontà e virtù sono io fatto vostro capitano in questa impresa, per la quale si dee liberare tutta la Grecia dalle mani di questi Saraceni, ma per l’alta degnazione del nostro signor imperatore, che fece di me il suo fedelissimo servo. Voi per la vostra virtù vi siete proferti in questa battaglia, nella quale sono da considerare tre cose che vi voglio ricordare, acciocchè nessuno possa dire di non averne avuto avviso. La prima è, che tutti que’ cinquanta che combatteranno, deggiono far conto di morire nella battaglia, e d’uccidere chi vuoi uccider noi, per franchezza di tutta la Grecia, e perchè tali siffatti baroni non abbiano sopra di noi e de’ nostri figliuoli signoria. La seconda parte è, che vincendo noi, non dobbiamo aspettare alcun premio o merito se non da Dio. Saranno i nostri figliuoli che ne avranno assai meriti e ne riporteranno il frutto. La terza infine è, che bisogna fare come fa il lupo, il cane e la volpe, che in fino che essi hanno punto di vita, s’ingegnano di mordere colui che li uccide. Così converrà far noi, uccidendo quelli che noi vorranno uccidere, e lasciare a’ nostri figliuoli la vittoria. Abbiate a mente quello che fecero i vostri padri. Abbiate a mente Achille che

    Carlomagno e suoi successori. Notissima cosa è, che ne’ sigilli degli antichi re ed Augusti quasi sempre si mira scolpita la loro effigie coll’iscrizione esprimente il loro nome. Fu questo in uso ne’ vecchi secoli anche presso le persone nobili, che cogli anelli imprimevano la loro immagine o qualche simbolo. Simili anelli erano d’oro talvolta, ed in uso sin presso i Goti ed i Romani. Alcuni di questi anelli, fatti a guisa di tavolette, si usavano anche per le sottoscrizioni. Ciò praticavano anche i re, che non sapevano scrivere, inducendo inchiostro sopra le lettere o scavate, o di rilievo sulla lamina. Veggonsi i monogrammi degli Augusti e dei re continuati da’ tempi di Carlomagno per qualche secolo da’ suoi successori, e contenevano essi in compendio il nome loro. Ho dette queste cose per mostrare che l’anello consegnato dall’imperatore a questo cavaliere doveva essere anche il sigillo; conciossiachè fino dai tempi dei Romani i sigilli fossero di varie sorta; altri in gemme ed anelli, altri in lamine o tabelle con lettere pronunciate od incavate.