Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/199

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
337 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXXXVII. 338

parte della sua Tebaide, che non piacque; e in confronto di lui furono coronati altri poeti. Vi si videro ancora non senza dispiacer de’ buoni, fanciulle pubblicamente gareggiare nel corso. Come pontefice massimo presiedeva a questi giuochi Domiziano, vestito alla greca, portando in capo una corona d’oro, perchè i sacerdoti costumavano nelle lor funzioni di andar coronati. Abbiamo da Dione1 e da Svetonio2 che Domiziano, oltre al suddetto spettacolo ed altri straordinari, usò ogni anno di fare i giuochi quinquatri in onor di Minerva, mentre villeggiava in Albano. In essi ancora si miravano cacce di fiere, divertimenti teatrali, e gare d’oratori e di poeti. Non contento Domiziano di profondere immense somme di danaro in tali spettacoli, tre volte in vari tempi diede al popolo romano un congiario, cioè un regalo di trecento nummi per testa. Così nella festa dei Sette monti, mentre si facea uno spettacolo, diede una lauta merenda a tutto il popolo spettatore, in maniera pulita di tavole apparecchiate ai senatori e cavalieri, e alla plebe in certe sportelle. Nel giorno seguente sparse sopra il medesimo popolo una quantità prodigiosa di tessere, cioè di tavolette, nelle quali era un segno di qualche dono, come di uccelli, carne, grano, ec., che si andava poi a prendere alla dispensa del principe. E perchè erano quasi tutte cadute ne’ gradini del teatro o anfiteatro, dove sedea la plebe, ne fece gittar cinquanta sopra cadaun ordine de’ sedili de’ senatori e cavalieri. Certo è che gl’imperadori, per guadagnarsi l’affetto del popolo, coll’esempio d’Augusto, il ricreavano di quando in quando colla varietà de’ giuochi pubblici, e più lo rallegravano con dei regali. Ma in fine queste esorbitanti spese di Domiziano tornarono, siccome dirò, in danno dello stesso pubblico, perchè l’erario si votava con sì fieri salassi, e per [p. 338]ristorarlo egli si diede poi alle crudeltà e alle oppressioni de’ cittadini.


Anno di Cristo LXXXVII. Indizione XV.
Anacleto papa 5.
Domiziano imperadore 7.


Consoli


Flavio Domiziano Augusto per la tredicesima volta, e Aulo Volusio Saturnino.


Benchè Eusebio nella sua Cronica3 non rechi un filo sicuro per la cronologia di questi tempi, pure si può ben credergli, allorchè scrive che nell’anno presente cominciò Domiziano a gustare che la gente gli desse il titolo di Signore e fin quello di Dio: empietà non perdonabile a mortale alcuno. Secondo il suddetto istorico, assistito dall’autorità di Svetonio4, non solamente egli si compiacque, ma comandò ancora d’essere così nominato: il che, dice Eusebio, non venne in mente ad alcun precedente imperatore. Noi abbiam veduto, avere Augusto veramente vietato con pubblico editto d’essere chiamato Signore; ma anch’egli permise bene e gradì che in sua vita gli fossero eretti dei templi e costituiti dei sacerdoti ad onore della sua pretesa divinità. Per attestato ancora di Vittore5, Caligola forsennato Augusto volle essere chiamato Signore e Dio. Di tutto era vie più capace la smoderata ambizione o frenesia di Domiziano; e pronta ad ubbidire era l’adulazione e la superstiziosa stoltezza dei Pagani. Però fondatamente hanno creduto alcuni, che l’aver Domiziano perseguitati i Cristiani, avesse origine di qui; perchè certo i seguaci di Gesù Cristo, professando la credenza di un solo Dio invisibile ed immortale, non poteano mai indursi a riconoscere per dio un imperadore, vile e miserabil creatura in

  1. Dio., lib. 67.
  2. Sueton. in Domitiano, c. 4.
  3. Euseb., in Chron.
  4. Sueton. in Domitiano, cap. 13.
  5. Aurelius Victor in Epitome.