Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/447

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


mettere il fuoco a varie case. Per disavventura s’andò sì fattamente dilatando l’incendio, che non poca parte della città ne rimase disfatta: ed unitasi coi soldati tutta la feccia de’ cattivi, diede un fiero saccheggio alle case de’ benestanti. Non v’era giorno che Balbino Augusto, rimasto al governo di Roma, non mandasse fuori qualche editto, per quetare, se mai era possibile, sì gran turbolenza, e pacificare il popolo coi pretoriani; ma nè gli uni nè gli altri l’ubbidivano. E benchè in persona molte volte si sforzasse di fermar quel furore, nulla ottenne, anzi gli fu gittato un sasso; ed altri scrisse che gli arrivò una bastonata addosso2069. L’unico mezzo per ismorzar quell’izza fu di condurre in pubblico il giovinetto Gordiano Cesare, alla cui visita tanto il popolo che i soldati (perchè era amato da ognuno) si placarono, e formarono una specie di concordia, o, per dir meglio, di tregua, perchè vera pace non fu. Avea ben Massimino cominciato l’assedio di Aquileia, perchè gli pareva troppo disonore il continuar il viaggio verso Roma, lasciando indietro disubbidiente la prima città d’Italia ch’egli incontrava, e città di tanto riguardo2070. Ma ebbe ben tosto ad arrabbiare al vedere la valorosa difesa dei cittadini sì uomini che donne e fanciulli, i quali con bitumi accesi accoglievano chiunque veniva all’assalto, bruciavano le macchine nemiche, e magagnavano continuamente con sassi e fuoco i più arditi del campo nemico. Però quanto più cresceva il coraggio agli assediati, sino a farsi dalle mura le più grande beffe di Massimino, tanto più calava l’animo agli assedianti. Poteano ben quanto voleano i due Massimini montati a cavallo girar per le schiere, animando ciascuno alla bravura e agli assalti: tutto era indarno. Allora l’iniquo Massimino, giacchè non potea infierir contro gli Aquileiesi, sfogò il suo sdegno contra di alcuni dei proprii capitani, imputando loro di mantener intelligenza co’ nemici, e di non far molto, perchè nulla intendeano di fare; e li fece morire. Questa ingiustizia alienò da lui l’animo di moltissimi soldati. Si aggiunse che mancava la vettovaglia al campo per gli uomini e cavalli, dappoichè Pupieno Massimo avea fatto ridurre nelle città forti tutti i viveri, e vietatone per mare e pe’ fiumi il trasporto. Bestemmiava per questi patimenti la sua armata, ed erano anche tutti mesti e scorati per le nuove, probabilmente da Pupieno Massimo fatte spargere, che tutto il popolo romano era in armi, tutte le provincie romane, e fino i Barbari congiurati contra di Massimino. Pertanto una brigata di soldati, solita ad aver quartiere vicino a Roma nel monte Albano, e che militava allora nel campo di Massimino, ricordevole delle mogli e de’ figliuoli lasciati nella stessa Roma, determinò di finir la tragedia. Verso il mezzodì tutti attruppati andarono al padiglione di Massimino, ed essendo di accordo colle guardie, levarono dalle bandiere le immagini di lui. Usciti Massimino e il figliuolo per placarli, rimasero tagliati a pezzi, correndo il quarto anno del loro imperio. Lo stesso trattamento fu fatto al prefetto, e a qualunque altro de’ confidenti de’ Massimini. Furono i lor cadaveri lasciati ai cani; le sole teste inviate per alcuni corridori a Roma. Dispiacque forte la morte di questi due tiranni ai soldati della Tracia; ma il fatto era fatto. Trattò allora l’esercito di entrare amichevolmente in Aquileia; ma quel popolo non amando ospiti tali, solamente dalle mura gli andava somministrando de’ viveri, e seguitò a tener chiuse le porte. Intanto i corridori destinati a portar le teste dei tiranni a Roma, passarono in barca le paludi formate dall’Adige, dal Po e da altri fiumi da Altino sino a Ravenna, e chiamate Sette Mari, e con altro nome