Pagina:Arabella.djvu/134

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flussione faceva più taciturno del solito, alzò il mento e cominciò a grattarsi il collo.

Aquilino, col tono ragionevole d’un uomo che ama discorrere e ragionare bene le cose, agitando il cappello e raddolcendo le parole con un sorriso di celia, riprese a dire:

— Mi vien da ridere. So anch’io che non è mai troppo il numero dei minchioni a questo mondo. Il mio buon parente Tognino mi conosce da un pezzo e adesso è inutile rivangare il sangue. Ho fatto il quarto a tarocco più di venti, più di cento volte e ho fin strappato l’ultimo dente alla vecchia e venerata cugina. La povera Carolina era una Maccagno, che ha sposato un Ratta, Gioacchino Ratta, che ha fatto i denari cogli appalti, per cui, a rigore, se c’è gente che ha diritto all’eredità... cose da riderci su... siamo noi Ratta, tutta gente rovinata come la finanza. Questa era la intenzione della defunta.

— La qual defunta, caro il mio Tognino... — venne a dire, saltando dalla sedia e correndo verso la scrivania, la donna; ma Aquilino fu svelto, la prese al volo, la fece girare sulle gambe e la ricondusse a sedere, gridando anche lui:

— Adesso parlo io, corpo di Bismarck, dopo parlerete anche voi.

E tornando verso Tognino, che continuava a scrivere come se non ci fosse nessuno, seguitò:

— Noi non abbiamo in mano per modo di dire, la prova palpabile, proprio il pezzo di carta che dica così e così; ma abbiamo la testimonianza di molte brave persone, vero, Salvatore?

Il Boffa alzò la barba, mosse un braccio, come se