Pagina:Arabella.djvu/139

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festa, lasciando cadere uno sguardo di compatimento sopra un infelice che per l’avidità dell’oro, commetteva delle abbiette vigliaccherie. Aquilino aveva combattuto a Mestre con Poerio e poteva bene dall’alto della sua povera, ma onesta dignità, commiserare un meschino, che si avviliva nel fango. Queste cose disse o credette di esprimere colla lunga occhiata con cui salutò il cugino, mentre avviavasi verso la porta. Sulla soglia si fermò, si voltò, sollevò un dito all’altezza del cilindro e declamò la sentenza del Metastasio:

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto...

E uscì tutto d’un pezzo, non degnandosi nemmeno di finire.

Ci pensò l’Angiolina a finire. Trascinata sulla strada dal Boffa, che tirava come un argano, si appoggiò al muro, tra la porta dell’osteria e il tabaccaio, in faccia alla finestra dell’ammezzato, e cominciò, o per dir meglio, seguitò a gridare:

— Maccagno birbone! Maccagnaccio ladro! fatti vedere, faccia d’impiccato.

C’erano abbasso molti altri parenti interessati a far nascere scandali, che aizzavano l’ortolana a gridar più forte, che suggerivano le parole delle litanie. La donna coi pugni appoggiati alle anche, il viso in una fiamma, l’occhio grosso e lucente, tirava un mezzo fiato, commentava alla gente, che prese subito a radunarsi, chi era il Maccagnaccio ladro, che cosa aveva fatto, che cosa aveva rubato: poi subito tornava da capo:

— Gattone, Battista Scorlino, Boggia della povera gente!