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— Dunque, saprai, il mio Pietro, che don Giosuè Pianelli è stato il confessore della povera sora Ratta, che fu per i poveri di questa parrocchia un vero angelo di carità. I sussidi sono scarsi e la miseria cresce ogni dì.

— Di miseria non c’è mai miseria — aggiunge don Giosuè, seguitando con un tono irritato: — Cresce la miseria, crescono i vizi, crescono i birboni, mentre cala la religione e la carità... Sono i begli effetti del massonismo trionfante.

— Don Giosuè non ha torto — riprese il buon vecchietto — ma di cristiani ce ne sono ancora e il nostro Berretta è uno di questi: non è vero? bravo, bravo.

Il portinaio spalancò la bocca, aprì le braccia a un movimento d’ometto meccanico e rimase lì. Avrebbe pagato un occhio del capo a non esserci. Sentiva già da lontano che i due preti andavano tirando i fili d’una rete per pigliarlo in mezzo. Ma gli mancò la forza di scappare, che in certi frangenti, come dice la lepre, è il miglior rimedio.

— La santa Pasqua è vicina, e tu sai, non è vero, Berretta? tu sai tutta l’importanza dei sacramenti. Si tratta ora di compiere un’opera di giustizia, che si riduce in fondo a un’opera di carità, sicuro! Si tratta del bene dei poveri, sicuro! Tu hai detto a qualcuno che il signor Antonio Maccagno...

— Tognino, Tognino — corresse don Giosuè, mettendo nella storpiatura del nome un suo gusto particolare.

— Tu hai detto che il signor Maccagno, tuo padrone, ha preso una carta...

— Io, io, io?... — balbettò troppo in fretta il portinaio, rispondendo prima d’essere interrogato.