Pagina:Arabella.djvu/191

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— È venuto da voi il sor Tognino?

— Ieri sera e mi ha detto: — So che hai parlato coi preti. Ti ho denunciato, brutta faccia di ladro. Sono venute anche le guardie, e io sono scappato sui bastioni. Io non mangio più, non bevo più, non parlo più. Io mi annego nel Naviglietto...

— Zia Colomba — proruppe Ferruccio con una intonazione, quasi con un grido di pianto. — Questo è brutto, questo è orribile. O quest’uomo non sa quel che dice, o noi siamo una gente disgraziata e disonorata.

E il ragazzo si prese la testa nelle mani, come se con quel gesto cercasse di tenerla ferma sulle spalle.

Ora capisco quel che diceva l’Angiolina d’un testamento rubato. È di là il ladro — declamò la zia Colomba, agitando un pugno in aria. — Ma il ladro ha paura di avere in questo pover’uomo un terribile testimonio e lo fa arrestare. È così?

— Ma noi non possiamo permettere che le guardie lo menino via. È mio padre, zia Colomba, oh che vergogna, pensate!

E il giovane, non potendo più resistere alla violenza della sua emozione, cominciò a singhiozzare e a contrastare coi suoi singhiozzi.

La zia Nunziadina, non sapendo più stare a quella scena, scappò via saltellando e andò a nascondersi nello stanzino.

— Le guardie intanto non sanno ch’egli è qui — riprese la Colomba — e qui non morirà di fame. Tu potrai vedere domattina il padrone e sentirai com’è questa faccenda delle bottiglie, se pure si tratta di bottiglie. Ma mi par di vedere in uno specchio