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vera, uscivano a passeggiare in mezzo allo splendore delle loro belle botteghe, sotto un cielo fatto chiaro e bianco dalla luna che lentamente si distrigava dai pizzi del Duomo. Passeggiavano, affollavano i portici e la Galleria, riempivano i caffè colla pace di chi ha guadagnato il suo riposo. Ferruccio traversò la piazza del Duomo quasi a corsa. In tre minuti fu in via Torino a chiedere del principale.

— Lui non c’è — disse la portinaia — è andato in campagna, credo alle Cascine.

— C’è la signora? — domandò esitando.

— Lei sì, ma non so se a quest’ora può ricevere. Provi.

Il ragazzo cominciò a montare le scale a due gradini per volta.


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Arabella non era una conoscenza nuova per il figliuolo del Berretta e anche lei avrebbe dovuto ricordarsi del Ferruccio del portinaio che l’aveva accompagnata molte volte bambina alla scuola delle monache, quando veniva in casa sua in Carobbio a portare il pane e il latte della colazione. Ma la signora, che non poneva mai piede nell’ammezzato, seppe solamente molto tardi che ci fosse uno studio in casa, e riconobbe il giovinetto la prima volta, quando presso le feste di Natale venne a raccomandare la povera Stella. Incontratisi, avevano rinnovata la conoscenza. Parlarono di vivi e di morti o per meglio dire parlò lei, perchè in quanto a lui, preso dalla soggezione e dal rispetto per la bella signora, non aveva saputo rispondere che sissignora e nossignora. La padroncina aveva promesso di raccoman-