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mentire una moribonda, Dio doveva averla giudicata e compatita nella sua misericordia. E da vent’anni ormai la stessa Colomba s’era abituata a considerare le cose come oneste e naturali, allontanando sempre dal pensiero il sospetto, tutte le volte che le varie e le piccole circostanze della vita e l’indole di Ferruccio venivano a ridestarlo. Ma a certe scosse di terremoto che fanno crepar la terra, escono spaventati i più vecchi sorci: e Dio, che non paga al sabato, può benissimo far scontare a un figliuolo il peccato della mamma.


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— È qui, è il suo passo — disse la Nunziadina.

La zia Colomba alzò lo stoppino della lampada, tolse il paralume, e alla luce diffusa e bianca credette vedere entrare dall’uscio la faccia profilata della povera sorella, com’era rimasta sul cuscino dopo l’ultimo respiro.

— Mi ha cacciato come un cane, non mi ha lasciato parlare, mi ha coperto di vituperi...

Ferruccio gettò il cappello sulla sedia e fece un giro intorno al tavolo.

— O povero me, io mi butto nel Naviglietto... — riprese a dire piagnucolando colla voce d’uomo che dorme il vecchio portinaio.

— Ah, ti ha cacciato via... — domandò la Colomba senza levar gli occhi d’addosso al figliuolo.

— Come un cane; non mi ha lasciato parlare.

— E la signora Arabella?

— Io mi butto nel Naviglietto.

— Voi fatevi coraggio — disse il ragazzo a suo