Pagina:Arabella.djvu/245

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― Proverò ― dico io. ― Era un dentone a sinistra già tutto sconnesso, lungo come una lesina, che gli dava pena, poverina. E io con un poco di filo, trac, glielo levai netto come un corno.

Il Mornigani, che nel suo interno godeva più che alle marionette, imitò il gesto con cui il vice-ricevitore accompagnò il suo trac, e fingendo di tener preziosa nota della disposizione, scrisse in fretta, ripetendo sottovoce dente... corno... anatra...

Aquilino, che non tollerava d’esser preso a zimbello, alzò un dito all’altezza dell’occhio e osservò:

— Non credo necessario che ciò sia scritto a verbale; ma ho voluto soltanto citare il fatto per dimostrare, dirò così, l’intimità e il sanfason con cui essa ci trattava. Punto primo una signora non si lascia mettere le mani in bocca dal primo che capita.

— E questo dente lo conservate ancora?

Aquilino tuffò due dita nella tasca del panciotto e trasse un scatolino bianco di farmacista, l’aprì e mostrò al Mornigani un bel dente, sano come un corallo, tuffato in mezzo a della bambagia.

Il mezzo avvocato, soffocando nelle gote la gran voglia di ridere, e simulando un serio interessamento, si alzò un poco, e s’inchinò a osservare attraverso una grossa lente col manico, che tolse dal tavolo, il prezioso documento. E vide anche lui un bel dente sano, bianco, ingrandito dalla lente nella misura di una chicchera da caffè.

— So anch’io che un dente non può parlare — osservò a tempo Aquilino, prima che la gente corresse a giudicarlo un ignorante — Non lo conservo se non come una prova di confidenza.

— Io credo qualche cosa di più. Si sono viste