Pagina:Arabella.djvu/249

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― Ih, ih, ih.... — tornò a ridere il Mornigani, sbattendo sotto lo zimarrone nero le due gambe, lunghe e sottili come quelle d’un cavalletto da pittore. — L’avvocato ha moglie e figli ed è uomo troppo rigoroso per esporsi ai pericoli della carne. Se è vero che Olimpia ha visto qualche cosa, non bisogna lasciarla scappare.

— Canta ancora questa...? — si arrischiò a domandare il prete.

— Sollo io? o canta o fa cantare i merli....

E il gamba lunga tornò a dare una fregatina sulla mano.

Aquilino, per quanto cercasse di non occuparsi dei discorsi altrui, non potè a meno d’osservare che è poca creanza parlare a voce alta in pubblico luogo di cose a doppio fondo, e ridere e corbellare con un prete così. C’è della gente che l’educazione non sa neanche dove stia di casa. Sentendo un’altra volta nominare la bella Olimpia, la bella cantante, fu a un pelo di domandare se questa brava signora entrava anche lei nella causa dell’eredità.

Ma il suo desiderio fu troncato a mezzo dalla voce chiara e limpida d’una donna, che entrò senza aspettare il permesso.

L’Angiolina, invece del solito vestito di cotone e del solito scialle color frittata, che l’allacciava come una mortadella di Bologna, aveva un bel vestito di seta verdognola, con fosforescenza d’ale di farfalla, con una catena al collo, con anelli sui grossi diti, con buccole massiccie negli orecchi, d’un oro giallo come il risotto, che litigava col pomodoro del suo faccione ancora fresco.

Con lei entrò la Santina, la donzella di casa Ratta.