Pagina:Arabella.djvu/256

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L’Angiolina notò due cose: che aveva due manine da signora e che una volta il sant’uomo adocchiò con una certa compiacenza la bella cantante.

Quando il Mornigani tornò colle carte, l’avvocato, data una scossa al campanello, si alzò, si passò la mano sul labbro e con tono sommesso, quasi di confidenza, in mezzo a un religioso silenzio, prese a dire:

— Signori...

Aquilino socchiuse gli occhi e per sentir meglio aprì la bocca.

— Non ho bisogno, o signori, di spiegare il motivo per il quale noi siamo oggi qui raccolti, nè di manifestare il grado d’interesse ch’io porto a questa, non dirò causa vostra, o causa mia, ma a buon diritto causa nostra; imperocchè nel beneficio dell’eredità Ratta io devo essere interessato non meno di voi, sia pei dritti miei acquisiti in molti anni di non interrotta fiducia, come pei dritti di pie istituzioni che ho più che l’onore — il dovere — di rappresentare.

Questo esordio, detto con voce solida e chiara, che rispondeva a meraviglia a un pensiero chiaro e solido, fece una buona impressione sull’animo degli uditori, che con una leggera scossa si accomodarono meglio, tesero i colli, aprirono occhi e orecchi.

L’avvocato, dopo aver contemplato un poco la punta delle unghie, seguitò:

— Le linee fondamentali della causa son presto segnate. Noi siamo qui non già per impugnare la validità di un testamento, che la sagacia d’un uomo, che per ora mi limiterò a chiamare avveduto e scaltro, ha saputo preparare in tempo opportuno, munito di tutti i requisiti che la legge domanda in documenti di simil natura. Io ho riscontrato il testamento de-