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rotonda di S. Sebastiano fino alla piazza del Duomo luccicava di pozze livide e nere, in cui specchiavansi i lumi dei lampioni.

La carrozza che s’era fermata davanti alla casa dirimpetto, partì subito a corsa, mandando dalla vernice bagnata smorti bagliori. Non un’anima viva sotto quel maledetto tempo.

Tornò a chiudere con impeto, tornò a leggere le poche righe in cui Sidonia aveva stillato il suo veleno: stette a sentir delle ore sonare. Eran le dieci e mezzo.

«Perchè uscir sola? Eran d’accordo di sorprendere Lorenzo in teatro in compagnia di Olimpia? — La vipera! — Non gli usciva altra parola dall’ugola soffocata da una emozione e da una rabbia, che gli mordeva il cuore: e in questa parola concentrava riassumendo, quasi tutto il costrutto e il veleno dei discorsi e delle supposizioni, che la sua mente andava facendo senza ascoltarsi.

Che si fosse rifugiata presso i suoi alle Cascine?

― Cercò nel cassetto un orario e riscontrò le corse del tram di Lodi, che passa rasentando le Cascine. L’ultima corsa era alle sette. Si alzò, toccò il bottone d’un campanello, tenendovi sopra il dito, finchè ricomparve l’Augusta, col lume in mano, che entrò tutta rossa e affannata per una corsa fatta sulle scale. ― (Birboni d’omeni, el ghe pareva el dì del giudissio). ―

— A che ora è uscita la siora?

— Hanno pranzato alle sei, e ho portato il caffè alle sette. Il sior è andato a far toeletta, ha acceso il sigaro e ha detto alla siora che doveva andare alla Camera dei deputati.