Pagina:Arabella.djvu/306

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chiamasse gente e la facesse inseguire. Perchè l’aveva battuta? Oh se avesse potuto risvegliarsi da questo brutto sogno!

Per le vie di San Sisto, dei Morigi, di Brisa, vecchie strade che si contorcono sulla pianta del vecchio Milano, si trovò in un piazzaletto più largo, confluente di cinque o sei strade maggiori, tra più spesse botteghe, in un luogo ignoto, dove la vista di un orologio elettrico la richiamò al senso del tempo e delle cose di quaggiù.

Ove andava? per di là la strada menava nelle vasta oscurità di piazza Castello.

Da cinque minuti ad alcuni goccioloni di preavviso seguitavano i primi scrosci di un temporale che pesava da un’ora come una cappa di piombo sui tetti di Milano. A man dritta, verso il centro della città, guizzava il lampo in una nuvola nera senza contorni.

Ove andare? a casa no, no, per il suo diritto, per la sua dignità, per la sua liberazione!

Al primo scroscio traversò correndo il largo del crocicchio e corse a raggiungere la casa dall’altra parte, cercando rifugio sotto la gronda, dove l’acqua batteva meno sviata dal vento, rasentò un gran caffè pieno di ufficiali; e qui la colse un senso di raccapriccio, di scoraggiamento, di una paura grande, che somigliava ai terrori della morte. Che cosa aveva fatto? dove andare?

Dio volle che dalla piazza Castello venisse a gran corsa una vettura. Alzò il braccio, agitò il guanto che stringeva ancora come l’impugnatura d’una spada e la carrozza (mandata dal suo angelo custode) venne ad arrestarsi davanti. Pronunciò il nome di una via con un numero e vi si rifugiò. Il cavallo spronato