Pagina:Arabella.djvu/325

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quando fu un poco sedato il terribile uragano delle sue passioni turbolente.

— Io ti chiedo scusa, Olimpia: io non potevo prevedere.

— Domani mi accompagnerai.

— Dove?

— A Nizza.

— Cioè...

— Sì, a Nizza. Poichè quella donna fa la gelosa, mi mette in puntiglio. Devi venire via con me. Voglio divertirmi. Ti vorrò bene ancora, forse, ma tu devi darmi questa soddisfazione.

— Ben, ne discorreremo. Adesso tu sei agitata...

— Termine ventiquattro ore: o tu mi accompagni a Nizza, o io dimostrerò a tutti che sei figlio di un ladro...

— Olimpia! — esclamò Lorenzo con qualche risentimento — tu non farai questa brutta parte.

— Termine ventiquattro ore, o con me o contro di me.

Olimpia chiamò la servetta e fece accompagnare alla porta il signor Lorenzo Maccagno, che se ne venne via come un cane scottato. Strada facendo, gli sonò nella testa più volte il dilemma: — O con me o contro di me... Di solito le furie di Olimpia duravano come le emicranie di una bella signora, e si poteva prevedere che passate le ventiquattro ore, non avesse a parlar più di Nizza e di soddisfazioni. Ma il caso non era dei soliti, e quando ella avesse proprio voluto giocare di puntiglio e pigliarsi una soddisfazione, non le mancavano i mezzi di tormentare lui, suo padre, sua moglie. C’era di mezzo un brutto intrigo, che in mano di furbi poteva diven-