Pagina:Arabella.djvu/370

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pure. Avevo pensato che, quando si trattasse della salute dell’anima e del corpo, fin le sue buone suore di Cremenno le darebbero ospizio per qualche tempo. Io non metto condizioni. Ciò che importa è che lei lasci subito Milano, dove son troppo vive le impressioni, dove c’è troppa gente interessata a turbare la sua pace e a farle del male. In quanto a Lorenzo tra un mese, tra due, deciderà lei quel che si merita.

— Io non devo nè posso avere una volontà — riprese a dire malinconicamente Arabella; — andiamo pure in campagna o restiamo qua, per me è lo stesso. Rientrando in questa casa, io ho lasciato alla porta ogni mia volontà. Dia pure gli ordini che crede... — E chinando il capo e accostando sempre più il ricamo agli occhi, come se con quel movimento volesse opporre un argine a un torrente di lagrime che, suo malgrado, le gonfiava gli occhi, si chiuse di nuovo nel suo doloroso silenzio.

— Non sono ordini... — sillabò timidamente il suocero, guardandosi la punta della mano, reagendo anche lui a un piccolo singhiozzo, che urtava lo stomaco.

— Del resto... — essa riprese senza alzare gli occhi — sento che non potrà durar molto.

Queste parole, dette senza rancore e senza amarezza, avvilirono del tutto il suocero affezionato, che osservando la pallidezza mortale di lei, il profilo assottigliato, l’occhio languido e pauroso, la respirazione affannosa, il tremito della persona che pareva in preda a una febbre nervosa, non seppe respingere un lugubre presentimento. Sentì ingrossare la passione, alzò una mano lentamente, con un tremito: la posò sulla testa di lei, ne carezzò leggermente i