Pagina:Arabella.djvu/373

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gliandosi da quello stato di neghittosa rassegnazione, in cui si era ridotta per sua difesa.

— Lei è libera. Se crede, può andare oggi stesso con sua madre.

— Io son tornata... — provò a soggiungere la giovane.

— Lei è tornata come torna una schiava, e io voglio dimostrarle che a questi patti non accetto il suo sacrificio. Vada e dica pure che l’abbiamo trattata male, dica pure che in casa nostra non ha mangiato che pane e veleno, dica pure che siamo egoisti legati all’interesse, ma non ci obblighi a mantenerla come una schiava.

— Senta, signore... — interruppe Arabella, raccogliendo il fascetto delle cambiali e avvicinandosi al vecchio offeso con un contegno tra il rispettoso e il mortificato non perchè avesse qualche cosa da opporre, ma per una nuova paura che ne derivassero più gravi e più oscure complicazioni. Un malato non teme tanto i mali che ha, quanto quelli che ne possono derivare.

In fondo al suo risentimento, la coscienza onesta e chiara non rifuggiva dal riconoscere che, per quanti torti avesse ricevuto in casa Maccagno, suo suocero s’era mostrato verso di lei generoso e buono, e che l’offenderlo e il licenziarsi da lui con una dura parola, oltre al non riparare nulla, metteva lei nella condizione di negare la giustizia.

Per questo si mosse a trattenerlo, e fu questo stesso senso di giustizia che la persuase a mostrarsi più indulgente:

— Senta, papà... abbia compassione di me. Vede ch’io non so quasi parlare...