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prato, che sentirsi sepolte vive nel fango del mondo vecchio e corrotto.

Per isfuggire alla seduzione di queste malinconie, usciva a correre qualche volta in mezzo ai prati, univasi alle donne che sotto il raggio caldo del sole agitavano e ammucchiavano il fieno maggengo, dava di mano a un rastrello, e mentre le ragazze intonavano un’aria di soldati, nel bagliore della luce aperta, cercava anche lei di attaccarsi alla vita e alla terra collo sforzo di un lavoro affaticante.

Tra un ritornello e l’altro della canzone sonava dal casolare vicino la voce argentina della povera Angelica, che dal suo letto salutava le compagne colle litanie della Madonna.

Arabella ponevasi a sedere nel fieno e colle mani abbandonate sui ginocchi, ora incantavasi a contemplare la schiera delle ragazze, splendenti sotto la luce viva nei chiari vestiti rossi, e così tenacemente attaccate alla terra e agli affetti della terra: ora il pensiero volava ad Angelica così lieta negli affetti del cielo. Essa non sapeva cantare. Anche in chiesa la sua voce, avvilita, non aveva più la forza di seguire le litanie. Soffriva non più per non saper rinunciare, ma come chi ha rinunciato troppo, e muore di rincrescimento in un’inedia morale.

Poco doveva durare questo suo riposo. Passati dieci, dodici, quindici giorni, la gente avrebbe cominciato a meravigliarsi una seconda volta di trovare in lei della resistenza, l’avrebbe accusata una volta ancora di egoismo e di freddezza di cuore, perchè dove trattavasi di una fortuna grande e cara a tutti, essa ostinavasi a non vedere che il suo orgoglioso sacrificio. Respingere l’eredità non poteva senza