Pagina:Arabella.djvu/417

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buoni appoggi, Ferruccio era sicuro di farsi una posizione nobile e indipendente.

Bisognava aver del coraggio e decidersi: ma non osava dirlo a lei. Tutte le volte che il discorso rasentava questo argomento, egli affrettavasi a confondere le parole, per paura di dir troppo.

Un giorno il signor Lorenzo lo incaricò di consegnarle una lettera che aveva messo insieme coll’aiuto letterario e filosofico della zia Sidonia. Chiedeva perdono, si dichiarava pentito, prometteva una vita nuova; la morte di suo padre era stato un tremendo castigo per lui; sentiva il bisogno di rifugiarsi in campagna, di mettersi a lavorare, di fare il contadino, e pregava Arabella di scrivergli una parola di perdono prima del Corpus Domini, tanto che egli avesse coraggio a presentarsi e potesse accettare l’invito della mamma.

Ferruccio aveva finita la lunga e bella relazione finanziaria, a cui aggiunse un prospetto riassuntivo, scritto con due inchiostri e con molti bei fregi e svolazzi calligrafici: un capolavoro. Intendeva con questo bilancio di chiedere il suo congedo... e di non lasciarsi più vedere. Dalle parole del signor Lorenzo aveva capito che egli era mandato ambasciatore di pace: e anche lui aveva bisogno di pace.

Arrivò alle Cascine che non aveva ancora messe insieme le quattro parole necessarie per dare alla signora le sue dimissioni: e si affrettò a cambiar idea. Le avrebbe scritto da Genova. Quel suo fuggire improvviso, non giustificato, o confusamente giustificato, avrebbe dovuto far senso, ed era appunto in questo non so che di strano e di violento che essa avrebbe cercato delle ragioni; e forse tra le