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— Accompagnatemi subito da lui. Sentiremo.

— Sentiremo — ripetè macchinalmente la povera donna, che tremava tutta e non sapeva quel che dicesse e facesse in questo mondo. ― Prese lo scialle e raccomandata Nunziadina a Ferruccio, scese le scale, ripetendo: ― Sentiremo.

— Alla Questura! — ordinò Arabella al cocchiere che aspettava abbasso.

Ferruccio andò a sedersi sulla seggioletta della zia Nunziadina, davanti al telaio sul quale era steso un gran pizzo. E rimase in contemplazione dei ricami tutto il tempo, meravigliandosi di non sentir nulla, come se non si trattasse più di lui.


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Le due donne scesero davanti la Questura e chiesero a una guardia di poter parlare al delegato Galimberti. Fu loro indicato un lungo corridoio, mezzo cieco, che metteva ai piedi di una scaletta umida e sporca.

Salirono a un portico superiore, dov’erano molti usci con delle scritte sopra, che Arabella non ebbe gli occhi per decifrare.

Sentiva e vedeva, come in sogno, quasi per una visione interna.

Sulla soglia d’una di quelle porticine molta gente mal vestita, dalle faccie slavate, tra cui molte donne piangenti, si addossava per spiare quel che si faceva di dentro, mentre altre guardie passeggiavano lentamente in su, in giù, per il lungo del portico.

Un usciere, a cui la Colomba si rivolse timidamente a chiedere di nuovo del signor Galimberti, rispose con