Pagina:Arabella.djvu/49

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rosario contro il botteghin e il bottegon, contro una razza di mangiapan, che vivono alle spalle dei credenzoni...

Il bravo fallito, gonfiando gli occhi, esprimeva questi suoi sentimenti con una voce di moscone irritato, movendo la punta dei baffi come gli indici d’un grosso orologio. Un poco di più avrebbe fatto nascere uno scandalo, se a un tratto la voce stizzosa e chiara del sor Tognino in cima alla scala e lo scalpitare dei cavalli, che menavan via la morta, non avessero sviata l’attenzione dei dolenti per così chiamarli.

Una donna, certa Angiolina, ortolana di professione, parente anche lei della defunta essendo venuta in cognizione che la vecchia Ratta aveva lasciato delle disposizioni a favore dei parenti poveri, sgusciando tra la folla in coda ai becchini, aveva colto il bravo sor Tognino sulla soglia dell’appartamento e pretendeva avere da lui qualche notizia positiva. Il sor Tognino la fermò sull’uscio e cercò mostrarle che non era proprio il momento più opportuno di parlar di affari, per bacco! Le carte erano nelle mani del notaio Baltresca...

— Baltresca o Baltrosca... — ribattè la donna, che dalle voci era indotta a creder poco al bravo parente — vuol dire che ci saremo anche noi. — E usando la metafora che in verziere è come un manico d’avorio infilato sopra una lama ordinaria, seguitò, alzando la voce: — Badiamo a non fare il gatto, perchè noi ai gatti che allungano troppo lo zampino tagliamo la coda e se non basta la coda tagliamo anche gli orecchi... — Il sor Tognino colse un buon momento e chiuse l’uscio sul muso alla pettegola.

Il corteo, infilato l’androne della porta piegò a