Pagina:Arabella.djvu/56

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tevasi paragonare a un gruppo di rovere, andava intorno coi fagotti, al Monte di Pietà a comperare e per le case a vendere.

La povera nanina non era meno attaccata a Ferruccio di quel che fosse la sorella.

Anche lei, che viveva in un guscio, aveva seguito il figlio della povera Marietta, per tutti gli anni che il chierico rimase in Seminario, mettendo in disparte i pizzi più belli e un cassettone di refe per le gambe del futuro ministro di Dio.

Quel dì che per qualche contrasto il ragazzo dichiarò di non voler andar avanti, la zia Nunziadina non gli tolse il suo amore per questo. Il refe non era ancor tinto. E questo amore diventò ancora più tenero, quando le due zitellone, conosciute nel quartiere col nome di due beate, ebbero la fortuna di tirarsi il giovine in casa e di covarlo come si cova un ovo. La zia Nunziadina gli cedette subito il suo stanzino pieno di quadretti e di rosari, che dava sul giardino di casa Merliani, e lei si ridusse a dormire nella stanza vicina, insieme alla Colomba. In mezzo non c’era che una cucina, che serviva anche di salotto, col telaio e il seggiolone della sciancatella sotto la finestra vicina al ballatoio. Davanti apriva il suo grandioso ombrello un vecchio castano amaro, dai bracci robusti, che d’estate sbatteva nelle chiare stanzette una fresca e tremolante luce verdognola. Le due beate vivevano come in paradiso, al disopra degli stenti, colla chiesa sull’uscio, colla vista dei giardinetti, risparmiando ogni giorno qualche soldo, che andava a ingrossare un libretto di risparmio, che la zia Colomba consegnava per sicurezza al padre Barca, il dotto rosminiano, autore di una Cosmogonia mosaica molto riputata.