Pagina:Arabella.djvu/63

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dieci diti raccolti in due pugnetti sotto il naso della Colomba. — E questo cilindrone non vuole che io dica che Raffagno è degno della galera.. E dire a dire che siamo una masnada di bisognosi, senza contare i morti di fame, corpo d’una biscia! che stentano a star diritti se tira vento. Infame, tutto per lui e per le sue sgualdrine!

La donna eccitata e sferzata dalla sua passione parlava cogli occhi infiammati, colla faccia in su, coi pugni chiusi e puntellati sul grosso dei fianchi, assorbendo in sè tutta l’anima della Colomba e dei tre uomini che le stavano intorno.

— Quattro...cento...mila lire! — sillabò ancora una volta, parlando quasi coi denti, verso la Colomba, che infilati i due fagotti, congiunse le mani in un atto di pietosa commiserazione. E l’ortolana, postandosi sul piede destro, avanzato l’altro come se si preparasse a ballare il minuetto, coi due bracci piegati sulle anche, come due solide anse d’un’olla di bronzo, stava per aggiungere una lunga frangia, quando, proprio in quel punto, l’uscio di scala si schiuse, spinto da una mano dolce, e Arabella entrò col suo passo leggiero, dicendo:

— Scusi, signor Ferruccio... — e vista dell’altra gente, fece un inchino colla testa, ripetendo: — Scusino...

Era vestita d’un lungo soprabito di velluto con orli e risvolti di pelliccia, con un cappello di mezzo lutto guarnito di nastri violetti, che scendevano a fasciarle le fattezze delicate del volto. Teneva le mani in un piccolo manicotto d’un pelo lungo e floscio, che premeva sul grembo. Entrò col respiro un po’ affaticato (essa era già sui due mesi) portando in quel-