Pagina:Arabella.djvu/66

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— Aaah! — cantarellò in tono nasale il vecchio affarista, come se cascasse dalle nuvole. — Passate di qui... — ed entrò per il primo nello studio.

Aquilino si rivolse all’Angiolina e alzato un dito diritto come una lancia, le raccomandò ancora una volta la prudenza. — Parlo io! — disse con quel dito in aria, e andò avanti. Il Boffa lo seguì. Ultima fu l’Angiolina che, data una scossa tremenda alla Colomba, volle tirarsi un altro chiodo dallo stomaco:

— O vediamo i soldi, Colomba, o si fa il quarantotto! — E trottolò dietro gli uomini.

— O zia Colomba! — proruppe Ferruccio, pallido in viso, correndo presso la donna. — Che storia è questa? avete sentito che brutte parole? e che c’entra la signora Arabella?

— Io non so niente, il mio bene, io sto a S. Barnaba; ma non mi meraviglio di niente. Il denaro è peggiore del diavolo che l’ha inventato. Andrò in cerca di tuo padre e mi farò contare la storia di questo testamento. Io ho detto subito che quella povera creatura era in bocca ai cani...

— Saranno le solite esagerazioni...

— Non mi meraviglio di nulla, e torno a dire, vedrei volontieri che tu cercassi un pane migliore. Vieni a casa presto stasera e ne parleremo anche colla zia Nunziadina.