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nuto al mondo, dando la morte alla sua mamma, il pensiero della Colomba tornava indietro e arrestavasi alla storia della povera Marietta, che aveva sposato il Berretta, ma che proprio un gran bene non l’aveva mai voluto a quel povero martoro di sarto. La Marietta era stata una testa romantica e anche Ferruccio aveva una tendenza a scaldarsi l’immaginazione dietro alle idee. Era un ragazzo da poter far bene una vita tranquilla, nella bottega d’un mercante o d’un libraio, era più stoffa da maestro che pasta d’uomo d’affari, molto meno affari confusi, in cui il diavolo c’entra o coi corni o colla coda. Quel vederlo rintanato in una stanzuccia oscura, in mezzo ai libri mastri, obbligato a scrivere numeri tutto il santo giorno, a litigare col quattrino, a fare il tiranno colla povera gente (lui, con quel cuore di piccione), a imparare le malizie dell’interessaccio sotto la guida di quella vecchia volpe, era una condizione che stringeva lo stomaco, anche prescindendo dalle belle voci che correvano.

Camminando, per dir così, su questi pensieri, che non le lasciavano sentire il sasso, la Colomba arrivò a casa, salì le scale ed entrò, mentre la Nunziadina appoggiata alle gruccette metteva il formaggio nella pentola della minestra.

La piccola tavola era preparata nel mezzo della cucina, coi soliti tre posti, rischiarati da una lampadina a petrolio coperta da un verde paralume di carta. La Nunziadina, quantunque non arrivasse colla punta del mento all’altezza della tavola, saltellando sulle gruccette come un passerino sugli staggi della gabbia, accudiva con agile abilità alle faccende di casa, cercando di render utile la sua piccola persona, anche