Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/479

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società ligure di storia patria 185

per le crisi del 1508 e 1528 il grosso di buon argento diventasse il cavallotto a metà fino, rilevava tra quest’ultima specie un esemplare unico conosciuto, colla leggenda di san Bernardo e la data del 1630: leggenda e data, che si riferiscono ad un voto fatto dalla Repubblica nel 1625, al Monte di san Bernardo eretto lo stesso anno, ed alla chiesa omonima terminata nel 1629.

Presentava inoltre il calco e i disegni delle tre monete seguenti:

1.° Un grosso pezzo di buon argento, non mai finora veduto, di Luigi XII di Francia, colla leggenda comvnitas ianvae e collo stemma gigliato fra due istrici; i quali dati riportano siffatta moneta al secondo periodo della dominazione di quel monarca su Genova (an. 1507 in 1512). E siccome il suo peso è di quasi 38 grammi, ossia eguale a quello di tre testoni da una lira, così il detto pezzo altro non può essere che uno scudo da lire tre, che era pure il valore del contemporaneo scudo di oro.

2.° Un piccolissimo pezzo d’oro, del peso di centigr. 45 circa, colla leggenda iana da una parte e le lettere cv (iniziali di cvnradvs) dall’altra. Il peso poi di questa monetina, la quale si dimostra dei più antichi tempi, risponde ad un ottavo di genovino d’oro, allorquando è certo che questo non potea valere più di soldi otto, e perciò la medesima altro non può essere che il soldo effettivo di quel periodo. Donde si deduce che siccome il genovino passò a valere soldi 10 e poi sempre più, mentre che non riuscì possibile impiccolire ulteriormente il soldo d’oro, così fu necessario lo ingrandire invece il soldo d’argento, ossia raddoppiarlo per farne il soldo effettivo.

3.° Un grosso pezzo d’argento col tipo dei più antichi grossi e colla leggenda ianva; se non che mentre il peso di quelli è di gr. 1, 45 al più, questo al contrario pesa gr. 5, 33. Il cav. Dosimoni opinava pertanto che in siffatta moneta avesse per avventura da riconoscersi un esemplare di quelle di tipo genovese che Enrico VI fece battere nella nostra città il 1191, e delle quali disegnava giovarsi per sopperire ai bisogni della conquista della bassa Italia.

Il socio Belgrano esponendo il concetto a cui s’informa la Illustrazione del Registrum Curiae Archiepiscopalis Januae già da lui pubblicato negli Atti della Società1, notava i punti che aveva tolti principalmente a subbietto del suo lavoro; e fermatosi in ispecie a toccare delle famiglie nelle quali all’aprirsi del secolo XII il dominio utile dei beni della Chiesa Genovese trovavasi ripartito, soggiungeva come tutte o quasi si riannodino a due soli stipiti: i

  1. Vol. II, Part. II.