Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/208

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204 delle feste e dei giuochi

annunciavano l’ingresso del Doge nel salone, dove in onore di lui si cantavano alcune accomodate composizioni1. Sedeva egli quindi in luogo eminente; e sedevano appresso per ordine tutti gli astanti, salutandolo poscia con fargli di berretto, senza però levarsi in piedi, che lo vietava un’antica Prammatica2; e per ultimo un

  1. Nella accettazione di Gio. Agostino Giustiniani, seguita l’anno 1591, venne fra gli altri pezzi cantato «un bel madrigale composto da maestro Marcello musico, che presentò a Sua Serenità» (Cerimoniali, I, 118).
  2. Anche il salutare con togliersi il berretto era segno di tanto rispetto, che solo verso i Dogi doveva essere praticato. Pietro Amelio, nel suo itinerario di papa Gregorio XI (Ved. Muratori, S. R. I., vol. III, l’art. II, col. 696), descrivendo l’ingresso di questo Pontefice in Genova (settembre 1276), dice che i Genovesi erigunt cervicem; non reverentur hominem frante capillata. Il che è conforme a quanto vediamo tuttodì praticare dagli uomini del contado, i quali salutando colla voce portano la mano al berretto alzandolo appena un poco sulla fronte. E forse a questa usanza speciale de’ nostri ed alla deferenza verso la stessa, può riferirsi l’aneddoto narrato dal Varchi, laddove scrive che Andrea D’Oria avendo permissione da Carlo V di rimanersene al cesareo cospetto col capo coperto, facea dare nelle smanie Antonio da Leva cui S. M. non avea consentito mai altrettanto. Onde a quanti lo ricercavano del suo male, che fu di podagra, rispondeva: non essere già i piedi che gli doleano, bensì la testa.

    Il salutare scoprendosi era del resto considerato come servile, e perciò appunto comandato agli schiavi. Onde Cesare Vacchero, il cospiratore, affermava che se la nobiltà aveva in mano il timone dello Stato, non perciò il popolo dovea comparire sì vile da salutare i nobili facendo loro di cappello. Ma una grida del 1641 levò via le querele, ordinando che patrizi e plebei a capo scoperto si salutassero (Acinelli, Compendio ec, III, 128).

    Una tale disposizione fu poi estesa anche agli ecclesiastici dal Doge Matteo Franzone; il quale non sì tosto fu assunto alla dignità (1758), che «invaso dallo spirito di sua alterigia,.... fece ordinanza che i sacerdoti tutti, tanto secolari che regolari, si levassero la secreta, o sia cupolina, mentre passava per la città; e diede pressante intimazione agli alabardieri del suo accompagnamento che ciò facessero da tutti eseguire, come si vide nell’atto che passavano per la città le solite processioni, che si facevano coll’intervento del Doge e de’ Collegi. Sentivasi schiamazzare da essi alabardieri: leva berretta, leva berretta; onde fu da tutti denominato il Doge leva berretta. Terminato.... il biennio di sua dignità, e morto, fu portato al sepolcro in san Cario il suo cadavere, mentre pioveva dirottamente; onde, dopo aver preso un buono asperges, i preti e sacerdoti tutti e gli associanti non solo avevano in capo il cupolino, ma anche il cappello, tabarro e paracqua; e così fu intonato: periit memoria eius cum sonitu in medio aqua-