Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/437

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

rassegna bibliografica 431

elaborata dissertazione concluse, or son pochi anni, col negarle ogni autenticità ed ogni valore. Il libro di cui abbiamo riferito il titolo è diretto a contradirlo, e fu salutato come fausto indizio che la erudizione, di cui già fummo maestri, abbia sempre dei cultori in Italia; ed a noi parve degno, come studio critico, e per la copia grande delle informazioni storiche che contiene, che ne fosse reso conto con quella maggiore larghezza che è consentita in questo periodico.

Che una famiglia Spinelli esistesse nel secolo XIII, e che fosse una delle principali di Giovenazzo, è cosa da non mettersi in dubbio; e si dice anche essere accertato da documenti che un Matteo di quella casata vivesse ai tempi di Federigo II1. Dell’opera sua non si hanno però altro che codici, i quali debbono dirsi; moderni, poichè è confessione concorde degli eruditi che non se ne trovino di scritti prima del cinquecento inoltrato. Così, per quanta diligenza sia stata usata, non si è trovato scrittore che mentovi l’opera stessa prima d’Angiolo di Costanzo, il quale pubblicando per la prima volta la sua Storia Napoletana nel 1572, scrisse essergli venuti in mano gli annotamenti di Matteo da Giovenazzo, quasi dicesse esserne stato egli il primo scopritore. Giovambattista Carrafa, che lavorava a emulazione del Costanzo, e pubblicava la sua storia nello stesso anno 1572, non dette cenno di conoscerli. Ma dopo questo tempo, la notizia dello Spinelli fu comune agli illustratori delle cose napoletane, e più di tutti ne fece uso il Summonte, il quale affermava essere sua «intenzione d’inserire quasi ad verburti questo autore, affinchè il curioso non resti degli scritti di costui «privo, che tanto son desiderati».2 Più tardi, i napoletani avvertirono che lo Spinello, avendo notato a modo di effemeride i fatti dei suoi giorni, cominciando avanti la morte di Federigo II, l’opera sua vinceva d’antichità la cronica del Malespini, e rimaneva però il più vecchio monumento della prosa volgare. Così la riputazione dello Spinello veniva affidata ad un sentimento potentissimo negli uomini, alla ambizione municipale. Tuttavia il libro, benchè di poca mole (sono

  1. Minieri Riccio, op. cit. 103.
  2. Summonte. Historia di Napoli. II, 134 della seconda edizione.