Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/523

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della poesia di virgilio 517

(come nella locuzione dai grammatici distinta col nome di non so quale figura, maculis insignis et albo) intendasi porta Ilio co’ Penati, cioè che in essi e per essi è trapiantata a fruttificare in terra italiana la patria. Vinti li dice Giunone; ma’ il poeta e il destino della storia li fa vincitori. E tutto il poema è un cantico che ispira ai vinti speranza, spira la riverenza che è debita ai vinti e a tutti que’ che patiscono.


X.


Il verso, diventato proverbio anco a chi non lesse Virgilio e non sa di latino, Non ignara mali, miseris succurrere disco, insegnandoci come sia ignorante della vita colui che non ha provato il dolore, come non basti compiangere i mali altrui, ma bisogna soccorrere ad essi, come del farsi degni di soccorrerli bisogna apprendere l’arte, e tale esercizio sia scuola lunga; questo verso ritrae l’anima del poeta, e ne svela e compendia le arcane esperienze. Quand’egli scrive, Tempus erat quo prima quies mortalibus aegris Incipit, et dono Divùm gratissima serpit1, ci si sente più che un affetto di riconoscenza ai benefizi del cielo, quale nel verso Aerii mellis coelestia dona2; si sente, e par di vedere, come chi scrisse abbia per lunghe ore della notte invocato come un dono celeste il riposo del sonno nelle infermità del petto affannoso, nelle umiliazioni della dignitosa povertà e del consorzio con grandi più munifici che riverenti, negli appassionati desiderii dell’anima affettuosa. Le locuzioni potenti solvi in somnos, pectore noctem Accipere3, e le ha trovate pur troppo ne’ tedii delle vigilie sue lunghe; nel proprio cuore ha trovata, giovane ancora, quell’altra amores Aut metuet dulces aut experietur amaros4, che esprime con brivido la terribilità delle dolcezze agognate; locuzione più lagrimosa di quella, ch’è pur sì bella Dum curae ambiguae,

  1. E. 2.
  2. G. 4.
  3. E. 4.
  4. G. 3.